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Me-Ti

Ripensare la solidarietà: lealtà indiscussa o resistenza etica? 

Samah Jabr

Traduciamo un contributo della dottoressa Samah Jabr pubblicato su Chronique de Palestine che riflette, partendo dalla questione palestinese, sul ruolo della critica e della responsabilità nell’intervento politico solidale con i popoli oppressi. Jabr è una consulente psichiatra praticante in Palestina, al servizio delle comunità di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, ed ex capo dell’unità di salute mentale nel Ministero della Salute Palestinese. È una professoressa clinica associata di psichiatria e scienze del comportamento alla George Washington University di Washington, DC. Inoltre, lavora con il comitato scientifico della Global Initiative Against Impunity (GIAI) per i Crimini Internazionali e Gravi Violazioni dei Diritti Umani, un programma co-finanziato dall’Unione Europea.

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Lo slogan “Siamo con la Palestina, giusto o sbagliato che sia” è stato spesso un grido di battaglia di solidarietà, notoriamente riecheggiato dagli algerini e altri che sostengono la causa palestinese.  Sebbene questo sentimento rifletta profondi legami e supporto incrollabile, solleva anche una domanda cruciale: La vera solidarietà significa fedeltà cieca, o richiede responsabilità? Un supporto autentico deve andare oltre gli slogan – deve coinvolgere le complessità della giustizia, assicurandosi che la resistenza sia radicata nell’integrità piuttosto che nell’immunità dallo scrutinio.

Un’attivista europea/o, fortemente coinvolta/o nella causa palestinese, una volta chiese ad un gruppo palestinese trasparenza riguardo il loro lavoro. Avevano mobilitato supporto, raccolto fondi e organizzato campagne. Eppure, quando delle/dei compagne/i internazionali avevano chiesto loro di quel processo, la risposta era stata rapida e indignata: 

“La tua domanda è paternalistica, orientalista, e trasuda white saviorism. Chi sei tu per chiedere a noi una qualche responsabilità? Siamo molto ferite/i dalla tua domanda!” 

L’attivista, sorpresa, aveva speso anni promuovendo i diritti dei palestinesi, boicottando i beni israeliani e subendo costi personali per la sua solidarietà. Non si sarebbe mai aspettata di essere castigata per aver posto semplicemente una domanda – che avrebbe peraltro posto a qualsiasi movimento che supporta.

Questo non è un incidente isolato. Appartiene ad uno schema più ampio in cui la lotta per la liberazione viene utilizzata come uno scudo per pararsi dalle responsabilità, dove la retorica dell’antirazzismo viene utilizzata per sopprimere discussioni legittime, e dove la solidarietà viene interpretata non come impegno reciproco, ma come cieca fedeltà. In nome della resistenza all’arroganza coloniale, prende piede una forma di esclusione problematica – che rimpiazza il dialogo concreto con il silenzio, la responsabilità con l’immunità.

Il paradosso del razzismo antirazzista

Esiste una crescente tendenza, in Palestina come altrove, a confondere la critica politica con il pregiudizio razzista, e a confondere l’autorità morale con il dolore e la sofferenza storicizzati. Questo paradosso si manifesta in varie modalità: 

1. Fare dell’identità un’arma: Respingere un confronto critico sulla base dell’identità di chi parla piuttosto che sulla sostanza delle sue parole. Un/a compagna/o occidentale solidale che esprime preoccupazioni sulla governance viene etichettata/o come arrogante, mentre una critica dall’interno viene accusata di minare all’unità [della lotta NdR].

2. L’immunità dell’oppresso: L’assunto che soffrire conferisca automaticamente una purezza morale. Gli oppressi vengono considerati irreprensibili, le loro azioni indiscutibili. Eppure, l’oppressione non produce necessariamente virtù, così come il privilegio non produce necessariamente il vizio. 

3. Standard selettivi: Alcuni movimenti richiedono che le/i loro compagne/i internazionali combattano le ingiustizie nelle proprie società, ma sono restii ad un simile scrutinio quando si tratta delle proprie strutture. Un’attivista che mette in discussione la corruzione di un governo occidentale è applaudita; la/o stessa/o attivista che mette in discussione la corruzione in un movimento di liberazione è diffamata.

4. Silenziare le critiche interne: Nella lotta stessa, il dissenso interno viene spesso sfiduciato in nome dell’unità. Coloro che mettono in discussione la leadership, la cattiva gestione delle finanze, o le decisioni strategiche vengono accusate di tradimento, come se la critica fosse un atto di defezione piuttosto che un necessario esercizio di integrità.

Il prezzo 

Sebbene questi atteggiamenti possano offrire un senso di temporanea presunzione, non stanno a servizio della causa. Respingono alleati convinti, indeboliscono la levatura morale del movimento e permettono alle ingiustizie interne di persistere incontrollate. Un movimento che rifiuta di esaminare sé stesso non cresce – ristagna. 

La responsabilità non è un’imposizione coloniale; è un principio umano. La causa palestinese, come tutte le giuste cause, deve rimanere aperta alla riflessione, alla critica e alla riforma. La nostra legittimità non dovrebbe poggiarsi solo sulla nostra sofferenza ma sugli standard etici in base ai quali conduciamo la nostra resistenza e ci auto-governiamo. 

Verso il mutualismo nella solidarietà

La vera solidarietà non è un atto di sottomissione; è un atto di impegno condiviso. Serve una mente salda e un cuore pulsante per affrontare conversazioni difficili e umiltà per ascoltare tanto quanto si parla. Respingendo tanto l’arroganza coloniale quanto il vittimismo difensivo, dobbiamo adottare una cultura nella quale la solidarietà sia fondata sulla verità piuttosto che su di una lealtà performativa. 

Resistere all’oppressione significa resistere ad ogni tipo di esclusione e silenzio – incluse quelle che indossano la maschera della resistenza stessa. Un movimento fondato nell’integrità sarà sempre più forte di uno che subisce la paura della critica.

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