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“Zeitwende” Germania? Cosa aspettarsi dalle elezioni tedesche

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Per la prima volta nella sua storia la Germania si è trovata a dover convocare delle elezioni anticipate per risolvere una crisi di governo. Per la prima volta nella sua storia Volkswagen sta pensando di chiudere uno stabilimento sul suolo tedesco – anzi, a essere precisi, ben tre dei dieci stabilimenti che possiede nel Paese. Queste due immagini bastano a rendere l’idea della portata della crisi che sta attraversando la Germania: se durante i sedici anni in cui si sono succeduti i quattro mandati di Angela Merkel (2005-2021) il paese era diventato sinonimo di stabilità istituzionale e crescita economica, nell’arco di poco tempo le cose sono radicalmente cambiate. A partire dal 2021 la Germania è infatti entrata in una doppia crisi – politica ed economica – prodotta dai tre eventi che più hanno marcato la storia di questi ultimi anni: la pandemia di Covid-19 (2020-2021), l’inizio della guerra in Ucraina (2022) e il genocidio in Palestina (2023-2024). 

Il ruolo di locomotiva economica-industriale che il Paese aveva detenuto sin dai primi anni del secondo dopoguerra è ora messo in discussione, e ciò avrà sicuramente un impatto sulla produzione industriale dell’intero continente – impatto che rischia di essere molto serio soprattutto in Italia, visto quanto la produzione industriale italiana è ormai agganciata, e subordinata, a quella tedesca: quasi il 20% dell’industria italiana produce per quella tedesca. La Germania aveva costruito il suo ruolo europeo e mondiale attorno a una relazione triangolare: rapporto politico e militare con gli USA, rifornimenti di energia a basso costo dalla Russia, commercio con la Cina. L’invasione russa in Ucraina ha scombussolato questa impostazione; qui l’immagine che è utile ricordare è quella del sabotaggio del gasdotto Nord Stream, destinato a portare gas a basso costo dalla Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico ma fatto saltare in aria dai servizi segreti ucraini nel settembre del 2022. E gli effetti cominciano a vedersi: il 2024 è stato il secondo anno di seguito in cui il PIL tedesco ha registrato un calo (-0,2%, dopo il -0,3% registrato nel 2023). In più, dal 2018 l’economia è praticamente stagnante: l’aumento registrato in sette anni è stato solo dello 0,7%. E in questi calcoli non sono ancora considerati i dazi annunciati dal presidente statunitense Trump nei confronti dell’Unione europea che – se veramente applicati – avranno un forte impatto sull’economia regionale.

Il fallimento del governo rosso-giallo-verde

In questo scenario, le elezioni dell’autunno 2021 avevano attribuito la maggioranza relativa dei voti al Partito Socialdemocratico (SPD), seguito dai Cristiano-Democratici (CDU/CSU, il partito di Merkel) e poi dai Verdi, dai Liberali (FDP), dall’AfD, e, molto più giù, da Die Linke. Proprio il pessimo risultato di Die Linke aveva condotto alla creazione di una coalizione tra socialdemocratici, verdi e liberali, le cui contraddizioni interne hanno prima paralizzato l’azione di governo e poi ne hanno causato il crollo. Le piattaforme timidamente progressiste dei verdi (transizione ecologica dell’economia tedesca entro il 2045) e dei socialdemocratici (aumento del salario minimo) si sono infatti scontrate con il dogmatismo neoliberale dei loro alleati, contrari a qualsiasi aumento del debito o delle tasse e favorevoli invece a tagliare le spese statali.

L’attivismo del governo guidato da Scholz si è visto solo in un campo: la militarizzazione del Paese in seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Pochi giorni dopo, in un discorso al parlamento il cancelliere promise una Zeitenwende, un cambiamento epocale degli orientamenti strategici della Germania. Quelle parole si sono concretizzate in un piano straordinario da 100 miliardi di euro per riammodernare l’esercito tedesco, fondi che si esauriranno nel 2027, obbligando a nuovi investimenti – in futuro come parte integrante del budget ordinario – e destinando così quote sempre maggiori di PIL alle forze armate (già ora al 2%, quindi il doppio rispetto al recente passato). Così, la Germania si renderà capace di entrare in guerra nel 2029, come ha affermato Boris Pistorius, Ministro della Difesa in quota SPD. Il militarismo dei socialdemocratici è perfino superato da quello dei verdi: Robert Habeck, presidente del partito e vice cancelliere del governo, punta a destinare il 3,5% del PIL alla difesa, cioè alla guerra. 

Con questo posizionamento, i socialdemocratici e i verdi hanno confermato (o meglio riconfermato, basti ricordare che a metà degli anni 2000 erano stati proprio i socialisti a introdurre l’infame riforma del mercato del lavoro nota come Hartz-IV) di non rappresentare in alcun modo un’alternativa politico-sociale, e il tradimento di un assunto storico dei loro programmi come il pacifismo. Nelle elezioni europee del giugno 2024 i verdi hanno dimezzato il loro consenso (dal 20% all’11%), e in quelle regionali dell’autunno dello stesso anno sono risultati fuori dal parlamento in Turingia e Brandeburgo, e fuori dal governo in Sassonia. I leader del partito si sono quindi dimessi, seguiti a distanza di un giorno dalle dimissioni in blocco del direttivo della sezione giovanile del partito. 

Cambio di marcia con la CDU?

Dopo la crisi di governo SPD-Verdi-Liberali, tutto sembrava indicare che la CDU avrebbe vinto le elezioni anticipate del 23 febbraio. Tuttavia, a poche settimane del voto, un doppio voto parlamentare sulla riforma della legge sull’immigrazione (che prevedeva la reintroduzione dei controlli alle frontiere, il respingimento di chi non possiede i documenti in regola, e anche la limitazione delle possibilità di ricongiungimento familiare) ha messo in questione la sua prevedibile vittoria e aperto nuovi scenari: : il “cordone sanitario” contro l’AfD è stato messo da parte per far passare la legge (che poi però non ha trovato la maggioranza parlamentare), cosa che ha scatenato delle manifestazioni in tutto il paese non solo contro l’AfD, ma soprattutto contro l’ipotesi di una possibile alleanza tra CDU e AfD.

In ogni caso, con o senza l’AfD, le proposte politiche della CDU sono strettamente legate e rilanciano  un’agenda neoliberista e guerrafondaia: Schuldenbremse [pareggio di bilancio] a tutti i costi, tranne per le spese militari (fino al 2027 ci sono i 100 miliardi, poi servirà integrare nel bilancio ordinario). D’altronde basta guardare da chi è presieduta la CDU per avere un’idea delle politiche che ci dovremo aspettare: dall’inizio del 2022 il partito è guidato da Friedrich Merz, ultraconservatore che tra il 2009 e il 2019 ha presieduto Atlantik-Brücke [Ponte Atlantico], storico think thank atlantista e filo-statunitense, e fino al 2020 è stato presidente della filiale tedesca di BlackRock, probabilmente la più grande società di investimento del mondo, la grande finanza allo stato puro. Parliamo d’altronde di un uomo che nel 2008, nel pieno di una delle crisi più gravi della storia del capitalismo, era stato capace di pubblicare un libro intitolato Osare più capitalismo

Se nel passato Merz aveva affermato di essere contrario a collaborazioni con l’AfD, il voto di fine gennaio mostra che le cose sono probabilmente cambiate – e dopo il 23 febbraio scopriremo fino a che punto. La strategia politica di Merz è comunque chiara, ed è la solita che troviamo tra tutte le forze politiche di centro-destra e centro-sinistra: competere con l’AfD sul suo stesso terreno, muovendo il partito sempre più a destra. Il che ci porta a spostare lo sguardo proprio sul partito di estrema destra che sarà l’altro grande protagonista di queste elezioni.

AfD: ago della bilancia?

Dalla sua fondazione nel 2013, Alternative für Deutschland è cresciuto nei consensi pressoché ininterrottamente, fino al punto di ottenere l’endorsement del nuovo vice-presidente degli Stati Uniti Vance, che a inizio febbraio a Monaco ha incontrato Alice Weidel, co-presidente di AfD. Grazie anche al supporto esplicito di Elon Musk, il partito di estrema destra si è di fatto accreditato come il terminale tedesco del progetto reazionario e imperialista della nuova amministrazione Trump. Soprattutto per quel che riguarda le politiche migratorie, le estreme destre si ispirano a vicenda: le deportazioni di lavoratrici e lavoratori migranti verso vari Paesi latinoamericani, attuate da Trump, sembrano essere la concreta applicazione del programma di “Remigration” promosso dall’AfD con cui il partito mira a rafforzare la costruzione di un’identità nazionale tedesca basata su criteri etno-razziali.

Ed è anche in questo che va cercato il suo successo. A dodici anni dalla creazione del partito, la sua base elettorale ha ormai un profilo ben delineato e che possiamo riassumere così: è in maggioranza maschile, proveniente dalle classi popolari o dalla classe media, non laureato, dominato dalla paura del futuro. Il problema è quindi simile a quello posto dalle altre forze di estrema destra negli Stati Uniti, in Francia, in Italia etc. riassunto nella figura del “piccolo bianco” che si identifica con il “grande bianco” e non con chi, di origine immigrata, più spesso condivide con lui le condizioni di vita materiali (ne abbiamo parlato in questo articolo). Nel caso tedesco, questo elettore è presente soprattutto nei territori corrispondenti all’ex Germania-Est, il che pone la questione – ancora inevasa nel dibattito pubblico tedesco – delle condizioni in cui si è svolto il processo di “riunificazione” nei primi anni ‘90 e delle conseguenze che l’ex-DDR ha dovuto pagare in termini economico-sociali.

L’AfD quindi – come l’estrema destra in quasi tutti gli altri Paesi occidentali – nell’ultimo decennio ha funzionato da polo magnetico dello scenario politico, nel vuoto di proposte politiche realmente alternative provenienti da sinistra. 

Per quel che riguarda la guerra in Ucraina invece, l’AfD rompe con le politiche SPD e CDU e si presenta così come alternativa: contro l’invio di armi in Ucraina e la perpetuazione della guerra. Questo non per una sensibilità pacifista particolare – l’AfD non assume questa posizione sul genocidio palestinese e su Israele -, bensì per consapevolezza che per risolvere la crisi economica, l’industria tedesca dipende dal gas russo a basso costo. Si tratta ovviamente di una soluzione a breve termine che però riesce a fare breccia sia tra la parte della classe operaia maggiormente vittima del deterioramento delle condizioni di vita che tra le fazioni del capitale tedesco colpite dall’aumento dei prezzi delle materie prime (industria chimica, edilizia etc.). Una posizione che – ironia della sorte? – l’accomuna alla sinistra conservatrice.

BSW: un classico caso di sinistra conservatrice

Se abbiamo detto che la CDU sta cercando di competere con l’AfD sul suo stesso terreno, ritroviamo questa stessa linea in Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), partito personale fondato un anno fa da Sarah Wagenknecht, storica esponente di Die Linke, e radicato soprattutto nella Germania dell’Est.

Ne abbiamo parlato in dettaglio pochi mesi fa, mostrando come la creazione del suo partito fosse il prodotto non tanto di un ritorno ai presunti valori originari della sinistra (difesa del popolo e della classe operaia) quanto piuttosto di una subordinazione all’egemonia culturale della destra, che da anni – in Germania come in tutta Europa – impone i temi e l’agenda del dibattito pubblico. Non c’è molto da aggiungere a quell’analisi, se non il fatto che a fine gennaio per ben due volte BSW ha votato per restringere i diritti delle persone migranti, insieme ovviamente all’AfD. La sua giusta condanna del genocidio palestinese di fatto perde di credibilità allineandosi con posizioni anti-migranti, anti-arabe e anti-musulmane.    

Sarah Wagenknecht gioca con il fuoco cercando di cavalcare l’onda di razzismo e islamofobia targata AfD e, così facendo, di replicare il buon risultato elettorale ottenuto alle elezioni regionali nel mese di settembre del 2024 (15,8% in Turingia, 13,5% a Brandenburgo  e 11,8% in Sassonia).

L’improbabile rinascita di Die Linke 

Per completare questo panorama delle forze politiche tedesche alla vigilia del voto rimane Die Linke: il calo dei consensi subito dal partito nel corso degli ultimi anni, ulteriormente aggravato dalla scissione guidata da Sarah Wagenknecht, sembrerebbe essersi arrestato, se guardiamo ai sondaggi più recenti diffusi in queste ultime settimane, che danno il partito stabilmente al di sopra della soglia di sbarramento del 5% e, in alcuni casi, in competizione con BSW. Con la partenza dell’ala conservatrice, in questi ultimi mesi sono state registrate decine di migliaia di nuove adesioni al partito, cosa che ha animato il dibattito sull’orientamento strategico interno al partito. Questo ha inoltre spinto diverse forze extraparlamentari e antifasciste e collettivi di ricercatrici e ricercatori a pubblicare appelli (vedi qui e qui) a votare Die Linke.

Ma questi dati positivi rischiano di essere solo il riflesso dello spostamento a destra dell’intero arco parlamentare tedesco, e non quello di un cambiamento di linea del partito o di una nuova strategia per radicarsi nuovamente all’interno delle classi popolari tedesche. Anzi, recentemente è stato proprio mostrato come il consenso di Die Linke sia radicato soprattutto, per non dire quasi unicamente, nella classe media: tra la classe operaia e chi lavora nei servizi il consenso è drasticamente diminuito dal 20% nel 2009  al 3-4% oggi.

In questo senso, le adesioni e i sondaggi positivi deriverebbero soprattutto dall’assenza di alternative, e un buon risultato rischia di andare dissipato nella riproposizione di una linea politica centrata sull’azione parlamentare, sul contenimento dell’estrema destra e sull’assenza di una vera posizione di alternativa su grandi questioni come la guerra in Ucraina e il genocidio a Gaza, o ancora la crisi economica che incombe sulla Germania. Ad esempio anche in una recente intervista Jan van Aken, co-presidente di Die Linke, al fine di creare “cordoni sanitari” contro l’Afd non ha escluso la possibilità di entrare in alleanze non solo con l’SPD e i Verdi – i partiti più guerrafondai di questi ultimi anni, come abbiamo visto – ma addirittura con la CDU, il cui governo di minoranza in Turingia è di fatto già ora tollerato dal partito di van Aken. 

I temi promossi dal partito – casa, lavoro, redistribuzione della ricchezza – sono quelli di sempre, e sono validi, ma all’orizzonte non si profila ancora, se non in forma di slogan, un ripensamento dell’organizzazione e dell’azione del partito, capace di rispondere a questioni come appunto il radicamento nella working class o la risposta a quella fetta importante di cittadini/e di seconda generazione che si sono mobilitati/e in sostegno a Gaza e alla Palestina e che stanno affrontando una violentissima repressione in nome dell’“anti-antisemitismo” di Stato.

La sfida di una sinistra di classe tutta da fare

In Germania – come in quasi tutti gli altri Paesi occidentali – il problema fondamentale rimane quindi la mancanza di una forza politica di classe, alternativa e indipendente dai diversi centri di potere del Paese. La costruzione di un tale soggetto politico richiede tempo, l’identificazione di campagne politiche capaci di creare un coinvolgimento popolare e la formazione sistematica di quadri del partito: solo in pochi casi i successi elettorali sono un catalizzatore di una più ampia organizzazione; più generalmente i successi elettorali sono piuttosto risultato di un’organizzazione del partito più radicata e più radicale. 

In quest’ottica l’opzione scelta da Die Linke negli ultimi anni è andata proprio nella direzione opposta: convinta di “spostare a sinistra” le politiche di SPD e Verdi partecipando al governo, il partito è caduto in “un’illusione politica” che considera che la società può essere trasformata solo attraverso le istituzioni della politica rappresentativa, incominciando proprio dal ciclo elettorale parlamentare. Questo orientamento, oltre a produrre in continuazione conflitti di potere interni, ha consolidato il carattere riformista del partito, impedendogli inoltre di cogliere le (poche) occasioni presentatesi in questi anni, che si trattasse di lotte sindacali o, almeno fino ad ora, del ciclo di mobilitazioni in supporto alla Palestina apertosi nell’ottobre 2023. In quest’ultimo caso, ad esempio, solo un posizionamento che non si limita a criticare la violenza genocidaria israeliana ma che afferma chiaramente anche il carattere coloniale dello Stato di Israele – alleato di tutte le forze di estrema destra in Occidente – permetterebbe di marcare veramente una differenza rispetto al resto delle forze politiche, posizionandosi come un potenziale sbocco parlamentare per le lotte su questo tema guidate soprattutto da persone migranti e di seconda generazione della classe operaia.

Alla vigilia delle elezioni, quindi, la Germania ci restituisce un quadro assai fosco dove gli elementi di speranza sono davvero pochi: dal loro buon uso, e dalla capacità di non ripetere gli errori del passato e di non ricadere in illusioni senza presa sul reale, dipende l’esistenza di una sinistra di classe nei prossimi anni – e di questo hanno bisogno le classi popolari tedesche, così come quelle di tutta Europa e oltre.

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